io e paolino, mamma mia (mamma sua!) – 2

io e paolino, mamma mia (mamma sua!) – 2
– Carnati, Rulli!
Nemmeno la voce secca della prof lo fece staccare da me. Del resto, si fosse mosso, si sarebbe notato di più ciò che stava facendo.
– Vedo che non siete molto interessati alla lezione.
Tenendo gli occhi bassi, farfugliai qualcosa che somigliava a una negazione, a una risposta qualsiasi. Intanto lui si mise sotto la mano il foglietto con cui avevamo comunicato, il sudore glielo appiccicò alla pelle, riuscì a farlo sparire. Meno male, pensai, mentre l’arpia ci cacciava entrambi dalla classe: lo avesse trovato, ci avrebbero espulsi entrambi dalla scuola. Nell’alzarmi provai un sollievo e al tempo stesso un disagio, perché fino all’ultimo istante mi tenne il dito praticamente dentro il sedere e la cosa aveva cominciato a non dispiacermi troppo.

Percorremmo in totale silenzio il corridoio che ci portava verso i bagni, dove decidemmo di rifugiarci, prima che la stronza ci ripensasse e ci chiedesse di ripeterle tutto il libro. Paolino Rulli era un bel ragazzo, alto, slanciato, muscoloso, sempre abbronzato, a riprova del fatto che lo studio per lui era un passatempo molto, molto occasionale: infatti aveva ripetuto la terza media una o due volte ed era entrato al superiore a 15 anni passati da un pezzo. C’era imbarazzo, per quello che era appena successo: io avrei voluto schiaffeggiarlo, per la situazione che aveva creato, ma la mia evidente eccitazione di fronte al suo toccarmi più che intimamente mi impediva di aprire bocca. E poi ero in soggezione verso di lui, più grande e forte di me.
Dentro i gabinetti, insistette perché entrassi con lui in un wc.
– Così se la strega manda il bidello a cercarci, non ci trova – bisbigliò senza convincermi troppo, richiudendosi la porta alle spalle col chiavistello.
Avevo ragione. Una volta dentro cominciò a essere più spinto che in classe.
– Allora è vero quello che dicono – ammiccò nello spazio angusto tra il water e il muro – che ti fai toccare il culo e ti piace… e che fai le seghe ai maschi, è pure vero?
Inghiottii, sentendomi morire: le voci giravano, non c’era niente da fare, nella nostra età confusa, soprattutto nel campo degli affetti e della sessualità, nessuno perdonava la natura degli altri, specie se era una natura, diciamo, poco ortodossa.
– Non è vero – balbettai, ma non convincevo nemmeno me stesso, o me stessa, perché tra di me mi parlavo al femminile quando affrontavo l’argomento sesso.
– Ma dai – disse sghignazzando – di che ti vergogni, Robertina?
Fu un colpo al cuore: in quel modo mi chiamava il mio primo amore, Giovanni. Era stato il primo per cui il cuore aveva alzato il ritmo dei battiti, il primo in assoluto che avevo toccato e mi aveva toccata nuda. Poi c’erano stati Enzo, Giuseppe, Salvatore. Ma Giovanni io lo amavo sul serio e con lui avevo capito che mi piacevano i ragazzi: il nostro però era un amore difficile, se non impossibile, era sentimentale e anche fisico, mi ero fatta toccare a lungo e con trasporto culetto e seno, mi ero spogliata per lui e gli avevo dato i capezzoli da baciare e leccare, poi glielo avevo pure preso in bocca, dopo che aveva goduto: avevo sentito il sapore della sua cappella e del suo sperma, lui mi aveva tirato giù i jeans e si era strusciato contro il mio culo, ma ormai era moscio e poi non era capitato più, perché forse si era pentito o ne aveva parlato con qualcuno e gli era venuta la strizza che i suoi lo scoprissero. Insomma, mi aveva probabilmente ceduta o subappaltata, dopo di lui si erano presentati gli altri, uno alla volta, in circostanze sempre diverse, a casa loro, a casa mia, nel boschetto di Cappuccetto rosso, come lo chiamavamo noi, perché ci andavano le coppiette e i guardoni che facevano da lupi cattivi. Ogni volta, quando godevano, giravo gli occhi da un’altra parte, non volevo vedere i loro schizzi. Li odiavo: io volevo solo lui, Giovanni, ma lui non voleva me.
– E quindi? – mormorò Paolino riportandomi alla realtà: si stava slacciando la cintura.
Ero letteralmente paralizzata, non sapevo che fare. Teneva le spalle larghe e forti, che lo rendevano proprio bono, poggiate contro la porta chiusa: era più alto, mi sovrastava di almeno 15 centimetri. Continuò con mosse da gigolò, come se fosse uno spogliarellista per femmine o per checche arrapate, tirandosi giù la lampo.
– Francamente – disse con l’atteggiamento schizzinoso dell’uomo vissuto, calandosi i jeans e scoprendo un paio di slip rosso fuoco, sotto cui si vedeva un coso grosso, sodo, eretto – non l’ho mai dato in bocca a un frocetto.
Tentai, con un gesto disperato, di spingerlo via e di evitare quella violenza, fuggendo. Ma fu un giochetto, per lui, sopraffarmi: mi spinse spalle al muro, tenendomi i polsi dietro la schiena con una sola mano; con l’altra mi tirò su la maglietta, scoprendo i miei piccoli ma dolci seni naturali da tredicenne acerba. Subito ci si avventò prima con le dita, le stesse che mi avevano poco prima esplorato il fondoschiena, poi con le labbra, infine con la lingua.
– Smettila, che fai! – protestai sottovoce, ma ansimavo e si vedeva a chilometri di distanza che mi stava piacendo.
– Troia, puttanella – mormorò lui ciucciando divinamente le mie tette – hai il più bel culo della scuola e anche queste minnuzze sono niente male.
Me le stava divorando, più che solo leccando, mi lasciò le mani libere e anziché ribellarmi gli misi le braccia al collo, lo accarezzai: stavo partecipando.
– Ti piace, si vede a distanza che ti piace, sei una brava femminuccia – e mentre lo diceva mi tirò giù, con un colpo secco, la tuta, rivelando il mio tanga elasticizzato nero, da femmina porca, e il pisellino in mezza erezione -. Brava, troietta, brava.
Si tirò su, dopo avermi slinguettato i capezzoli per cinque minuti abbondanti, facendomi provare sensazioni incredibili. A quel punto aveva il cazzo dritto, non gli stava più nelle mutande, lo tirò fuori. Capii subito cosa voleva, mi sottomisi più che volentieri, scivolando in ginocchio in quello spazio limitatissimo che avevamo a disposizione. Glielo scappucciai e sentii subito l’odore del suo sesso, che mi entrò dalle narici e mi arrivò fino al cervello e alle punte dei piedi: cominciai a spompinarlo con passione, menandolo con una mano e palpeggiandogli con l’altra le palle pelose, che strinsi leggermente nel palmo, giocando con le dita sotto il cavallo.
– Lo hai enorme – gli dissi entusiasta – sei un porco superdotato, mi piaci da morire.
Lui mi teneva la testa con una mano, con l’altra mi stuzzicava i capezzoli.
– E’ il più grosso di tutti, vero? – chiese orgoglioso. Sì, lo era e annuii senza staccare la bocca da lui, continuando a fare su e giù sulla sua asta nodosa e a leccare la sua cappella nuda.
– Gran porco, che voglia che mi metti – e cominciai a toccarmi il pisellino, stava per godere e io pure, lo sentii intensificare il ritmo della respirazione, le mani piantate sulla mia testa divennero due, mi dettava il ritmo senza permettermi di scostarmi da lui.
– Vengo, vengo, gran troia, puttana, godo – e mi riempì la bocca di sperma, a fiotti caldi, densi e saporosi, allagandomi la gola, facendomi inghiottire il suo piacere, mentre contemporaneamente io schizzavo per terra, sulle sue caviglie, sulle sue scarpe.
Era vero: ero una grandissima troia. Ma non ero l’unica della sua vita, come avrei scoperto di lì a poco, continuando a frequentarlo.

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